Lasciate che gli haitiani vengano a me
Stavolta, lo confesso, ci ho messo un po’. L’uscita di Abdoulaye Wade sul “rimpatrio” in Africa degli haitiani terremotati mi ha spiazzato. Un po’ mi ha fatto sorridere, come quando qualcuno mi scrisse dal Congo che gli chef coutummiers si erano offerti volontari per il riconteggio dei voti in Florida all’epoca della contestata elezione di Bush jr. nel 2000. Ma un po’ mi ha fatto anche pensare: «Noi produciamo noccioline», mi diceva la mia padrona di casa a Dakar, «petrolio e diamanti non ne abbiamo: ecco perché ci hanno lasciato in pace». Già. Ma allora perché Wade vuole complicarsi la vita accogliendo decine, o magari centinaia, di haitiani e ridicolizzando con la sua dichiarazione le grandi potenze, che rispondono alle emergenze donando quello che avanza per poi tornarsene a guardare Desperate Housewives?
Wade è nato nel 1926, o forse dieci anni prima, in Africa non è importante (guarda Mugabe) e da poco ha fatto costruire in centro a Dakar un monumento alla Rinascita Africana costato modici diciotto milioni di euro. Ma senilità e megalomania non bastano, Wade è tutto meno che imbecille, anzi, è pure uno sveglio. Se ha detto quello che ha detto non lo ha fatto per complicarsi la vita ma per guadagnarsi una bella figura a buon mercato basata su un rischio calcolato.
Gli haitiani non verranno mai in Senegal. Se un haitiano deve proprio lasciare il suo Paese, tanto vale che provi a fare il colpaccio: Stati Uniti o Francia, per dire. Se poi invece dovessero venire in pochi non darebbero troppo fastidio, mentre se arrivasero in tanti gli farebbero addirittura un favore: Wade ha promesso loro una regione fertile e, guardacaso, una delle regioni più fertili ma meno sfruttate del Senegal è la Casamance, dove Wade fatica ad aver ragione dei ribelli. Certo, se arriva un ospite da fuori mica lo piazzi nel Sahel a mangiare sabbia. Ma, in questo caso, la cortesia è anche conveniente: piazzare gli haitiani in Casamance con il plauso delle istituzioni internazionali gli permetterebbe di liberarsi in un sol colpo di questi fastidiosi indipendentisti che non se ne stanno buoni nemmeno ora che è morto il prete guerriero che li guidava.
Infine, riguardando le prese di posizione su EPA, FAO e crisi, l’apertura agli haitiani è indubbiamente in linea con le posizioni di un presidente africano che vuole farsi notare, ergersi a leader carismatico regionale e tenere tranquilli i suoi cittadini. Tanto, finché uno non si mette di traverso per bloccare l’avanzata della Trans - Sahara Counter Terrorism Initiative o non decide di produrre e vendere cotone nella quantità e al prezzo che vuole, mica dà noia.
No, a ben guardare Wade semplicemente non poteva non dire quello che ha detto. Poteva magari pensare a un esempio un po’ meno infelice della Liberia, visto che lì l’integrazione tra nativi africani e “americani” ha causato qualche spiacevole inconveniente. Poi Abdoulaye, pensa se arriva un haitiano pieno di grilli per la testa e ti diventa un personaggione così. Come gli spieghi poi che mandare in giro miliziani in AK-47, accappatoio rosa e cuffia per la doccia e pure strafatti d’acido non è un bel modo per ringraziarti dell’ospitalità?
Sei proprio un africano 2
È indecente, le nostre città sembrano sempre più africane. Convogli di poliziotti a sirene spiegate, strombazzanti macchine di grossa cilindrata coi vetri oscurati, traffico in tilt. E ci si mette pure il vertice della Fao: viale Aventino inagibile per quattro giorni, per fare tre chilometri in città tocca fare il giro lungo e buttarsi nella giungla del GRA.
Mi sovviene Libreville 2007, quando militari marocchini un po’ annoiati bloccavano le due corsie del Bord de Mer per far passare le tre auto che trasportavano Omar Bongo e i suoi due sosia, mentre il terzo sosia (o era Bongo stesso?) sorvolava il lungomare in elicottero. Due volte al giorno, andata e ritorno dall’ufficio.
Aspetto da un momento all’altro che il capo del cerimoniale corra a Palazzo a recuperare gli effetti personali del Re, come facevano i guappi di Mobutu quando lui, durante un qualche taglio del nastro sulle rovine di un Paese, pestava i piedi e ordinava loro di fare trenta chilometri con auto e benzina pubblici per andare a prendere l’ombrello che gli piaceva tanto, proprio quello lì, che aveva dimenticato tra il leone di marmo e il letto a baldacchino, mentre dieci persone smaniavano per offrirgliene un altro, ma lui no, voleva il suo. Dépenses de prestige, spese di prestigio, le chiamava.
Sì, il premier ha ragione: le nostre città somigliano a certe capitali africane. Solo, per i motivi opposti a quelli che dice lui.
Africa tweets
Tweets dall’8 luglio all’8 agosto, durante un viaggio tra Kenya e Etiopia, depurati di faccine e personalismi. Scheletro di diario di viaggio, in fondo.
Aeroporto 1: conosco M., medico, va in Burundi. Ha con se’ di che lavare se stessa e i vestiti per sei mesi. Dove va non c’e’ sapone.
Aeroporto 2: conosco R., texano, va a costruire impianti idrici a Djibuti. Li’ una birra costa 12 dollari, si importa tutto, pure rifugiati somali.
Addis 1: al bar. ‘Posso pagare in euro?’. ‘Si’, che vuoi?’. ‘Un succo di frutta, quant’e'?’. ‘2 euro’. ‘Ne ho 1.60, e’ uguale?’. ‘OK”. T.I.A.
Addis 2: il mio volo e’ per Kilimanjaro via Nairobi. Io niente Kilimanjaro, mi fermo al “via Nairobi”, comunque meglio di “via Magliana”.
Traffico tentacolare, pubblicita’ dell’IPhone, SUV, smog da maschera antigas, fresco (17°C). Karibu in Nairobi. T.I.A., too. Domani Nord.
Cinquecento chilometri di asfalto kenyota e cinese e sterrato Samburu. Maralal adesso, domani ancora piu’ a nord. Roccia, sabbia, polvere e sole. Read the rest of this entry »
Listentoafrica (Post estivo senza starci tanto a pensare)
Bex e Huw sono partiti dal Regno Unito in bicicletta nel marzo del 2009. Resteranno in viaggio per due anni e attraverseranno trenta Paesi, raccogliendo i suoni dell’Africa.
“recording and publishing sound seems an appropriate way to communicate from a continent that has so much to say and is so rarely heard outside of its own borders.
While we have no fixed ideas about the subject matter, the Listen to Africa website will inevitably reflect the interests of the team: human rights and humanitarian welfare, wildlife and environmental protection, music and citizen journalism”.
Si può interagire con loro scambiandosi brevi cinguettii su Twitter oppure sul loro blog. Sul sito, inoltre, c’è già una nutrita audiogallery.
Li segnalo perché sono divertenti, ironici e, finora, sembrano essere quasi immuni dal pietismo e dall’ossessione del “picturesque” a tutti i costi che ammorba i viaggi made in Lonely Planet.
Elementari dinamiche democratiche
Intervista - capolavoro a Denis Sassou Nguesso su Jeune Afrique di oggi dal titolo: “Perché vincerò”. Il Congo - Brazza va alle urne e il presidente uscente non ha dubbi sulla sua riconferma.
Passaggio fondamentale dell’articolo:
Que diriez-vous aux Congolais, en quelques phrases, pour les convaincre de vous renouveler leur confiance ?
Les Congolais me disent ceci : vous avez ramené la paix, la stabilité et la sécurité. Vous avez réorganisé l’État et l’économie. Certes, tout n’est pas encore parfait, mais vous devez continuer sur ce chemin afin de moderniser et d’industrialiser le Congo. C’est pour cette raison que nous allons voter pour vous.
Convincere gli elettori? Macché. Sono loro che mi vogliono.
Mi sovviene C., un funzionario pubblico istruito, intelligente e pieno di dignità. A domanda: “Credi che Sassou vincerà le elezioni o è la volta buona che cambiate Presidente?”, rispose: “Non hai capito. In Africa, le elezioni servono per confermare il presidente. Se vuoi sostituirlo fai un colpo di Stato. C’est tout, ecco tutto”.
